Lunedì 12 gennaio 2026
Abitare i bordi
 
Appunti (non neutri) sull’essere ibridi

È uscito recentemente per Franco Angeli Essere ibridi. Professioni, luoghi e servizi a cura di Francesco De Biase e Alma Gentinetta, un libro che racconta di quelle professionalità meticce, capaci di scavallare rigide specializzazioni e competenze verticalizzate di cui sempre di più si parla e si sente il bisogno. Ibride. Parla anche di me, ho pensato. Cresciuta in una città chiusa e periferica e in un tempo di passaggio, ho imparato presto che i confini non erano solo limiti ma anche risorse. A pensarci bene è da qui che nasce la mia attrazione per i bordi, come luoghi in cui i significati si muovono e le trasformazioni diventano visibili.


Per questa ragione, ciò che sto scrivendo non è una recensione nel senso consueto del termine: lo dichiaro subito. Non intende riassumere né restituire in modo ordinato i contenuti del libro. La postura da cui prende forma è un’altra: quella di appunti non neutri, che nascono dalla traiettoria che ho attraversato nel mio percorso di vita, dalla mia esperienza personale di avvicinamento all’ibridazione e da ciò che osservo accadere oggi, in questo tempo dell’ibridità, nei campi che frequento più da vicino, l’editoria e la lettura. Questo voglio dirlo chiaramente alle lettrici e ai lettori: sarà una postura quasi inevitabile anche per voi.

Questo è infatti un libro che proprio per come è costruito verrà percepito come un territorio abitabile, nel quale diventerà naturale – e necessario – portare con sé il proprio bagaglio di esperienze, domande, desideri e anche stanchezze. Anche di questo, credo, dovremo parlare. Prima di appuntare alcune riflessioni, sento però il bisogno di aggiungere un’ultima osservazione: è un libro che richiede di essere frequentato a più riprese. Come accade per certi luoghi, credo anche questo libro possa restituire significati diversi a seconda del momento in cui lo si attraversa. Potrebbe essere utile tornarci sopra tra qualche anno, quando alcuni processi saranno più maturi e altri avranno trovato una loro compiutezza.


Ibridazione e ibridità... non sono la stessa cosa

Partirei da questo: ibridazione e ibridità non sono la stessa cosa. La prima è uno stato, è il risultato, anche provvisorio e dinamico, osservabile frutto di un incontro tra elementi diversi, è una configurazione. Questa si iscrive nel solco del paradigma della complessità di Edgar Morin e dialoga con l’elaborazione del concetto di Capability di Amartya Sen e Martha Nussbaum, mettendo al centro i processi, le possibilità e le condizioni che rendono praticabile il cambiamento, più che i suoi esiti formali. La seconda è appunto una dinamica, la intendo cioè come l’insieme delle pratiche, dei passaggi, delle tensioni che producono (o tentano di produrre) ibridità. Questo è un libro che parla soprattutto della prima dimensione – l’essere ibridi, appunto – ma che risulta particolarmente interessante se letto anche come innesco della seconda, l’ibridazione. Attenzione: parlare di “innesco” non è un dettaglio neutro, perché ha a che vedere con la polvere esplosiva, qualcosa che può anche essere pericoloso.

I bordi, come luoghi in cui i significati si muovono 

e le trasformazioni diventano visibili

Questa attivazione è affidata al racconto del percorso del Laboratorio Rimediare¹ e attraverso le narrazioni di alcuni professionisti – economisti, medici, artisti, politici, funzionari pubblici, architetti, docenti ecc. – ai quali è stato chiesto di ripercorrere le occasioni, le esperienze, le situazioni e gli incontri che hanno contribuito a renderli “professionisti ibridi”. 

Dalle loro storie emerge un intreccio di fattori che va dal ruolo della famiglia o meglio del "plexus" intesa come prima rete relazionale nella quale si è accolti² all’educazione, dai percorsi formativi seguiti – o, più precisamente, a una formazione che non si arresta mai – fino alle esperienze professionali e alla composizione progressiva di un vero e proprio puzzle di competenze. È in questo intreccio biografico e professionale che l’ibridità prende forma, non come esito lineare, ma come processo continuo di attraversamento, apprendimento e ricomposizione. Le storie raccolte non funzionano come casi di studio nel senso tradizionale del termine, ma come narrazioni capaci di attivare risonanze. È questa la parte del libro che ho amato: mi sono sentita risucchiata da un metodo che riconosco come mio, che non separa il pensiero dall’esperienza e l’analisi attenta dal coinvolgimento emotivo.  Il carico emotivo, come viene ricordato nel libro, è un punto fondamentale nei processi di apprendimento e cambiamento.

 

Cosa ci insegnano le vite ibride

 Attraverso le 17 storie di vita emergono con chiarezza tratti ricorrenti, parole chiave e questioni che ritornano con insistenza, risuonando da un racconto all’altro come elementi condivisi di un’esperienza comune. Che cosa impariamo, dunque, sull'essere ibridi?

La prima questione direi fondamentale è che l’ibridità non è mai definitiva: quella di oggi è una ibridità in tensione, continuamente rimessa in gioco da nuovi processi di ibridazione. Per questo i due termini convivono e si richiamano, ma non sono intercambiabili. Il libro non ha la pretesa di costruire una nuova tassonomia professionale ma racconta una postura verso il lavoro, verso le istituzioni, verso le comunità e forse prima ancora verso sé stessi. Le traiettorie raccontate sono spesso irregolari, segnate da attraversamenti, cambi di rotta e zone di incertezza. In questo senso, l’ibridazione non va considerata una strategia di adattamento, ma quasi una condizione esistenziale prima ancora che professionale di scomodità permanente che richiede auto-riflessività³, un "pensiero su di sè" che necessita tempo, cura e manutenzione continua (p. 36).

Le storie raccolte non funzionano come casi di studio nel senso tradizionale del termine, ma come narrazioni capaci di attivare risonanze

La seconda lezione appresa è che si tratta di una postura che nasce sempre dal trovarsi a stare fuori da una zona di comfort, sicura e affidabile che favorisce una forma differente di organizzazione del pensiero... reticolare. "Il sistema pensiero si forma a rete per attraversamento di punti molto distanti, asimmetrici, a volte controintuitivi - dice Alessandra Rossi Ghiglione - che sono quelli di altri settori, discipline, professionisti incontrati, accettati e fatti propri. Si parla spesso di reti per descrivere una dimensione dell’interazione transdisciplinare e intersettoriale, ma è il pensiero ibrido stesso che funziona come una rete, suscettibile di continui cambiamenti per estensione o per nuovi collegamenti, un po’ come la rete neurale sinaptica del nostro cervello" (p. 86).

Vedremo tra poco però che la scomodità da cui origina l'essere ibridi non può essere celebrata come una condizione esclusivamente vantaggiosa. Se è vero che l’uscire dalle zone di comfort può generare apprendimento, visione critica e capacità di attraversamento, è altrettanto vero che la scomodità, quando diventa strutturale, produce affaticamento, precarietà e disuguaglianze.

La terza questione riguarda il processo che conduce alla conquista dell’ibridità: un percorso in cui giocano un ruolo straordinario la disciplina, la serietà, la determinazione e l’amore, non come elementi separati, ma come forze che agiscono insieme. Senza questo intreccio, l’ibridità rischia di ridursi a dispersione o improvvisazione, perdendo profondità e senso.

La quarta è che c'è un effetto trascinamento nel processo verso l'essere ibridi che rende la questione non un fatto individuale ma anche un viaggio collettivo ed è perfetta la scelta di inserire come prima storia quella di Erika Capasso perché è proprio lei a ricordare all'inizio due cose importantissime: dobbiamo comportarci come se fosse possibile cambiare il mondo radicalmente e dobbiamo farlo costantemente.⁴  In questo però emerge anche una minaccia che è il senso di solitudine che può schiacciare in spazi marginali molte operatrici e molti operatori.  In tal senso dobbiamo provvedere ad essere: "tenaci costruttori di ponti e camminamenti tesi a promuovere partecipazione per accompagnare e sostenere desideri e aspirazioni" come dice Andrea Morniroli (p. 124).


Dall’esperienza individuale alla trasformazione condivisa

In questo libro l’ibridità è raccontata, in modo esplicito, come un vantaggio: una risorsa in grado di generare innovazione, visione sistemica e capacità di connessione tra ambiti, saperi e pratiche differenti. Ma è sempre così? La risposta non può essere univoca. Per affrontare davvero questa domanda è necessario far emergere alcune questioni di fondo, soprattutto se assumiamo sul serio l’“effetto di trascinamento” dell’ibridità e proviamo a spostare lo sguardo dall’esperienza dei singoli alla possibilità di una trasformazione condivisa e collettiva. È proprio in questo passaggio - che chiamerò "dall’individuale al sistemico” – che l’ibridità mostra tutta la sua ambivalenza: non solo come opportunità, ma anche come campo di tensioni, costi e responsabilità che non possono essere ignorati.

L’ibridità è una risorsa in grado di generare innovazione, visione sistemica e capacità di connessione tra ambiti, saperi e pratiche differenti

La questione più evidente è che il mondo del lavoro non è ancora strutturalmente pronto ad accogliere l’ibridità professionale. I sistemi organizzativi, di reclutamento e di valutazione continuano a basarsi su categorie stabili, ruoli ben definiti e confini disciplinari netti, faticando a riconoscere e valorizzare profili che sfuggono a una classificazione univoca. Le figure ibride risultano spesso difficili da collocare, non perché manchino di competenze, ma al contrario perché eccedono le griglie interpretative disponibili. Non stanno dentro gli Excel. Pensiamo alla logica dei settori scientifico-disciplinari (ssd) in ambito universitario, alla "sbornia tecnicista", fondata su discipline e accorgimenti tecnico-professionali che fanno perdere anima e visione, che schiacciano emozioni, trasformando i professionisti in operatori non più “innamorati” ma “abituati” al loro lavoro (p. 124).

Altra questione è il fattore tempo e l'allineamento alto/basso. Un rischio evidente è quello di trovarsi di fronte a un’urgenza crescente di figure professionali che, di fatto, non esistono ancora come tali, né sul piano del riconoscimento istituzionale né su quello dei percorsi formativi. I contesti cambiano più rapidamente dei sistemi che dovrebbero prepararvi: le organizzazioni chiedono competenze ibride, ma la formazione arriva in ritardo, spesso quando le pratiche sono già in atto e le persone hanno imparato “facendo”, a proprie spese.  Senza riconoscimento professionale, tutele e condizioni di sostenibilità, ciò che viene raccontato come opportunità rischia di tradursi in un costo individuale elevato, spesso invisibile. "A volte finisci di spostare così tanto i tuoi rami oltre le tue radici, che se le tue radici non sono belle solide rischi di perdere l’equilibrio" (p. 93).

Da questo punto di vista tornando alla postura del lettore e della lettrice vorrei sottolineare una avvertenza: attenzione a leggere questo libro come un invito a romanticizzare la scomodità, piuttosto è un utile dispositivo per iniziare a interrogarla meglio anche come fatto politico, organizzativo e sociale, distinguendo tra ciò che le apre possibilità e ciò che, invece, la limita e la consuma.


La tensione temporale dell'ibridità

L’ibridità, dunque, non è automaticamente un vantaggio. Almeno non ancora. Lo diventerà pienamente solo quando i contesti istituzionali, organizzativi e culturali saranno in grado di riconoscerla, sostenerla e tradurla in valore condiviso. In assenza di questo riconoscimento, l’ibridità rischia di trasformarsi in una condizione di precarietà identitaria e professionale, di attraversamento permanente senza approdo. È all’interno di questa tensione temporale che si colloca oggi la grande sfida. Siamo indiscutibilmente in una fase di passaggio e di slittamento di paradigma, dobbiamo anche essere capaci di pagarne il prezzo.

L’ibridità non è automaticamente un vantaggio. Lo diventerà pienamente solo quando i contesti istituzionali, organizzativi e culturali saranno in grado di riconoscerla, sostenerla e tradurla in valore condiviso

Un esempio interessante è la nascita di nuove figure professionali che operano proprio per l'attraversamento, come il link worker⁵. Nel campo della prescrizione sociale, il link worker incarna in modo emblematico questa tensione: è una figura che si muove in una zona di confine tra sociale, culturale e relazionale, intrecciando pratiche di cura, salute e comunità, senza poter essere facilmente ricondotta a un’unica professione tradizionale. Vedremo tra un paio d'anni cosa sarà successo.

 E poi c’è un’altra domanda che ho lasciato già intravedere ed è forse la più scomoda: che rapporto ha l’ibridità con il precariato? È una domanda che spesso si evita, ma se vogliamo essere onesti l’elefante nella stanza dei cristalli va riconosciuto, guardato negli occhi e, se serve, invitato a ballare un valzer. E non scelgo a caso il valzer perché etimologicamente porta già nel nome l’idea del movimento e dello spostamento: deriva dal verbo tedesco walzen, che significa “girare” “muoversi in tondo”. È una danza fondata sul continuo cambio di posizione, sull’alternanza tra vicinanza e distanza.

Se parto dal mio percorso personale, mi accorgo che il mio essere ibrida come modalità di pensiero e di azione è nata senz'altro da un’indole curiosa, da un innato entusiasmo e dal desiderio costante di attraversare mondi diversi, ma è stata anche molto nutrita da una condizione che negli anni della mia formazione e costruzione (tra i 20 e i 30 soprattutto) è stata di persistente scomodità professionale nel mondo culturale. Una scomodità che, in momenti diversi, ha assunto nomi differenti: noia e insoddisfazione in alcuni contesti, precarietà in altri, desiderio di crescita e di trasformazione in altri ancora.


Mi soffermo in particolare sulla precarietà o meglio precariato, perché anche in questo caso non sono la stessa cosa. La precarietà come la intendo qui indica una condizione di instabilità e incertezza personale mentre il precariato indica l’insieme delle persone che vivono stabilmente in quella precarietà, soprattutto nel lavoro. Una condizione strutturale. Non possiamo ignorare il fatto che, in alcuni ambiti – come il mondo del libro e della lettura, di cui mi occupo – esista oggi un problema strutturale di non sostenibilità delle professioni. In questo scenario, l’ibridità non è affatto una scelta libera e non può essere percepita come un lusso: spesso viene vissuta come un nodo alla gola, una strettoia obbligata, talvolta come un vero e proprio disastro di vita. Diventa in pratica il dover fare molte cose insieme, contemporaneamente, senza tregua, non per esplorare nuove possibilità, ma semplicemente per riuscire ad arrivare a fine mese ⁶. 

In una ricerca condotta due anni fa sul benessere nella professione bibliotecaria sono emersi tre profili ricorrenti, strettamente legati a questa dimensione. Il bibliotecario multitasking, costretto a svolgere simultaneamente una molteplicità di funzioni a causa di una carenza strutturale di personale; il bibliotecario multipurpose, che si trova a svolgere contemporaneamente più lavori, spesso molto diversi tra loro, non per scelta o per arricchimento professionale, ma come strategia necessaria per riuscire a sostenersi economicamente; e infine il bibliotecario ghoster, ovvero il bibliotecario giovane, che, smarrito e scoraggiato dal precariato e dall’essere “ibrido per necessità”, finisce spesso per allontanarsi dalla professione ⁷.Emergeva cosi tanta stanchezza dai racconti di questi professionisti.   

Che rapporto ha l’ibridità con il precariato? È una domanda che spesso si evita, ma se vogliamo essere onesti l’elefante nella stanza dei cristalli va riconosciuto, guardato negli occhi e, se serve, invitato a ballare un valzer

In situazioni come queste, l’ibridità smette di configurarsi come una promessa di arricchimento professionale e diventa piuttosto una strategia di sopravvivenza ma anche una minaccia enorme per l'evoluzione di un certo servizio. È in questo spazio ambiguo che il racconto dell’ibridità come valore deve essere problematizzato: in assenza di condizioni adeguate di riconoscimento, tutela e sostenibilità, ciò che viene celebrato come ricchezza rischia di tradursi in una forma sofisticata di fragilità, capace di logorare le persone e di svuotare di senso il lavoro culturale.


Scenari futuri

Il libro lascia intravedere in modo chiaro alcuni scenari futuri e anche alcune piste di lavoro.

Sono molto d'accordo con Gelsomina Macchitella e Davide Di Muri quando nel raccontare l'esperienza delle Case di quartiere di Brindisi ricordano che "Uno degli obiettivi principali sarà l’introduzione di una vera e propria cultura dell’ibridazione all’interno della pubblica amministrazione. Non si tratta soltanto di utilizzare l’ibridazione per progettare servizi più innovativi, ma di trasformare l’amministrazione stessa in un ente abilitante, capace di facilitare il dialogo, la cooperazione e l’interdipendenza tra settori diversi. In questa prospettiva, gli uffici pubblici smettono di funzionare come compartimenti stagni e iniziano a operare come nodi di una rete interconnessa, orientata a rispondere ai bisogni della città e dei cittadini in modo coordinato, flessibile e situato" (p. 189). Ma questo richiederà prima di tutto quell’auto-riflessività, quel "pensiero su di sé" che necessita tempo, cura e manutenzione continua di cui si è parlato sopra a proposito di vite ibride.


Questo servirà anche a bilanciare quello che Renato Quaglia raccontando FOQUS. I quartieri Spagnoli di Napoli chiama il "fattore fondatore" - parlando di Rachele Furfaro - ovvero di "quel groviglio di caratteri e vicende personali del fondatore e iniziatore, che partecipano a definire e in parte condizionano l’indirizzo di un progetto. L’identità personale del fondatore verrà inevitabilmente riversata in ognuna delle scelte fondative e influenzerà le decisioni strategiche che inizialmente saranno assunte: saranno connotate immancabilmente della sua sensibilità, dell’esperienza e delle competenze di cui è portatore, che saranno anche il primo capitale di conoscenze su cui avviare una nuova iniziativa" (p. 194). Quello che ho cercato di lasciar emergere anche dal mio racconto delle comunità della conoscenza e dei loro ideatori in Libri insieme ⁸. Tutti ibridi anche loro. Cosa accade nel mondo della lettura quando si comincia a riconoscere il potenziale trasformativo dei libri, generato da quelle che possiamo considerare piccole nicchie (le mie comunità della conoscenza), ma che, sommando le forze, arrivano a costituire una massa critica capace di cambiare lo status quo?

Ho sentito una forte assonanza rispetto a questa domanda. Ecco allora che forse siamo davvero in una fase nuova: l’ibridità si è diffusa nelle vite delle persone, che lo diventano sempre di più nei ruoli e nelle esperienze quotidiane. Ciò che non è ancora altrettanto diffuso sono i luoghi, i servizi, i contesti e, soprattutto, i fattori abilitanti che possano sostenere la diffusione di questa complessità ⁹. 

 

Questo libro, dunque, è importante perché aiuta a mettere a fuoco queste dinamiche e quindi segna il passaggio a una “fase due”: la costruzione più consapevole delle condizioni perché l'ibridazione possa esprimersi appieno e trasformare i contesti in cui viviamo e lavoriamo per accogliere compiutamente l'ibridità.




Note


¹ Rimediare, Ri-mediare, saperi, tecnologie, culture, comunità, persone a cura di Francesco De Biase, Milano, FrancoAngeli, 2020. Nel volume vi sono i contributi di Gianmaria Ajani, Giulia Allegrini, Simone Arcagni, Lucio Argano, Alessandro Bollo, Roberto Burlando, Annalisa Cicerchia, Stefano Colmo, Norma De Piccoli, Saura Fornero, Aldo Garbarini, Alma Gentinetta, Maurizio Grandi, Marta Maddalon, Francesco Maltese, Ezio Manzini, Alice Mulasso, Roberta Paltrinieri, Anna Maria Pecci, Ugo Perone, Matteo Pessione, Carlo Petrini, Renato Quaglia, Francesco Remotti, Agostino Riitano, Ludovico Solima, Fabio Viola.


² Il riferimento è a Foulkes uno dei fondatori della Gruppoanalisi.


³ Rimando a Donald Alan Schön, Il professionista riflessivo. Per una nuova epistemologia della pratica professionale, Bari, Dedalo, 1993.


⁴ Il riferimento è a Angela Davis, filosofa e attivista statunitense per i diritti civili.


⁵ Rimando alle linee guida sulla prescrizione sociale qui https://culturalwelfare.center/2024/02/19/traduzione-italiana-toolkit-on-how-to-implement-social-prescribing/ Per la definizione di "prescrizione sociale" rimando al lemma entrato da pochissimo nell'Atlante Treccani qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/eol-prescrizione-sociale/


⁶ Sulla sostenibilità dell'editoria e delle sue professioni molte riflessioni sono state fatte. Una delle più recenti è di Francesco Quatraro qui: https://www.iltascabile.com/linguaggi/mai-piu-libri/ 


⁷ Il sistema del benessere dei bibliotecari. Cultura, contratti e condizioni di lavoro nelle biblioteche marchigiane, a cura di Laboratorio di biblioteconomia sociale e ricerca applicata alle biblioteche - BIBLAB, Roma, Associazione Italiana Biblioteche, 2024.


⁸ Chiara Faggiolani, Libri insieme. Viaggio nelle nuove comunità della conoscenza, Bari-Rlma, Laterza, 2025.


⁹ Paolo Venturi, Flaviano Zandonai, Spazio al desiderio. Il potere delle aspirazioni per generare innovazione e giustizia sociale, Milano, Egea, 2024.

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